Il tempo e lo
spazio dentro e fuor dai limiti restano. Né, in sostanza, la loro unione
decretata da Einstein muta la loro esistenza. Per produrre il più banale
degli esempi anche nell’evoluzione dell’informatica ci poniamo e forse ci
porremo sempre di fronte a questa entità. Il problema ci disorienta e
talvolta ci atterrisce. I poeti, gli artisti delle avanguardie del
Novecento hanno tentato l’abolizione della categoria spazio-temporale,
producendo opere piene di un pathos magico che comunque lasciano la sete.
Siamo solo in uno stadio avanzato dell’homo sapiens? Se penetriamo pure
nel mondo dell’onirico, nonostante Freud & Company, la risposta è
positiva. Così l’uomo, e per ora solo lui, si pone di fronte ai grandi
quesiti che il misticismo opprime o esalta. Tra questi, uno di cui può
intravederne la risposta, ascosa, difficile, ma teoricamente non
impossibile, è quello di conoscere le nostre origini. Per puro desiderio
di conoscenza scientifica? Anche, ma non solo: se giungessimo a varcare la
frontiera delle nostre origini potremmo indagare meglio pure sui concetti
d’immortalità, di eternità.
Biagio Russo ha
intrapreso in questa consistente opera un’inchiesta emozionante sulle
nostre più remote origini. In un’epoca in cui i risultati della scienza
diventano sempre più inquietanti, egli ha cercato con scrupolose ricerche
di offrirci la chiave di una conoscenza troppo spesso affidata a un
esoterismo d’accatto, specie per chi è rimasto ancorato a reminiscenze
scolastiche soprattutto occidentali.
L’autore, con
la sua scrittura personale, disinvolta, ma mai disgiunta da quei dati
scientifici richiesti dall’argomento, ci irretisce, pagina dopo pagina,
tenendoci sempre vigili per seguire l’inchiesta che promuove, come se
seguissimo un accattivante romanzo poliziesco.
I risultati non
mancano e, attraversando macrocosmo e microcosmo, scienza e mito, una luce
per alcuni ineffabile esalta il mistero della cosmogonia.
Certo il
mistero resta, i dubbi ci seguiranno, ma essi fanno parte del normale
agire di ogni intellettuale, di colui cioè che esplora l’analogia delle
cose e, in questo caso, quelle dell’universo.
Opera pertanto
personale anche nei contenuti, nelle varie tesi che si susseguono, ma – ed
è questo che conta – sempre corredate da un’ampia documentazione e nel
rispetto degli studiosi che l’hanno preceduto.
L’“attacco” di
stampo autobiografico, narrativo, ci informa che l’ingegnoso e
appassionato estensore fin da giovanissimo («Avevo 14 anni quando il mio
amico Fabrizio […]») venne attratto da ogni opera che trattava soggetti
avvolti nel mistero. Il fomite fu precisamente il libro Non è terrestre di
Peter Kolosimo. Da questo forte interesse, reiterato negli anni, scaturì
poi la decisione di scrivere questo trattato da cui si evince, non solo
per la mole, che ci troviamo di fronte ad un lavoro di ricerca di alcuni
lustri che, ci si perdoni la litote, non è il frutto di un dilettante che
ha assemblato et ab hic et ab hoc senza metodo idee altrui.
Segue
un’illustrazione del metodo seguito ricca di promesse: «troveremo e daremo
le risposte a quelle domande che, di fronte all’inspiegabile,
all’incredibile, all’umanamente inarrivabile, il genere umano si pone da
millenni».
Ciò nonostante
l’uso della premunizione e talvolta dell’interrogazione retorica si fa
frequente, persino ossessivo: «E, stiamo attenti: tutto senza alcun
condizionamento e liberi da pregiudizi. Presentando la verità con le prove
alla mano», «Comprendo che quanto appena scritto possa dispiacere a
qualcuno, ma è la storia. E la storia va tenuta a mente. Sempre», ecc. Ha
in questo tutta la nostra comprensione e complicità. Mi viene da pensare
al poeta/scienziato francese, Charles Cros, inventore del fonografo prima
di Edison, e all’origine delle prime realizzazioni fotografiche a colori,
di altre straordinarie invenzioni e grande studioso di lingue antiche
(ebraico, sanscrito, ecc.). Consapevole che le sue idee erano destinate a
scontrarsi con l’incomprensione, terminando il suo studio sui mezzi di
comunicazione tra i pianeti, così scriveva: «Sarò felice, se non urto da
ogni parte, come mi è successo spesso, contro il non sapere negatore di
tutto quello che non è il calco fedele del passato».
Il lettore
potrà non trovarsi sempre d’accordo con le tesi di Russo, ma lo scopo
principale della sua opera è stato quello di farci riflettere sulle nostre
origini e quelle dell’universo conosciuto e non. L’autore non ha ricevuto
il suo Corano, come Maometto lo ebbe dall’angelo Gabriele. Valga la
citazione in corsivo riportata in chiusura: «Un uomo che ha smesso di
farsi domande è un uomo che ha smesso di accrescere la propria
conoscenza». I dubbi? Perché no? Anch’essi fanno parte dell’apparato
intellettivo. Purché, come scriveva Cros, non siano determinati da un
rigetto aprioristico, dunque acritico.
L’autore ha
estrapolato dal mito e dalla scienza un’enorme quantità di versioni sulle
nostre origini, sulle molteplici rappresentazioni del diluvio universale
(«il Diluvio Universale, per essere brevi, è presente nella Bibbia, nella
mitologia Babilonese, Assira e Sumera, in Asia, in Oceania, in tutto il
continente americano e in alcune regioni africane. Sinceramente di
versioni del Diluvio ne ho lette tante da perderne il conto […]»). Con
Schiavi degli Dei possiamo risalire ai tempi remoti che precedono la
Bibbia, compresi quelli che la ispirarono. È, infatti, ormai accolta dai
più la tesi che gli ebrei portarono in “patria” quella cultura appresa nel
loro periodo di deportazione presso i babilonesi di Nabucodonosor II, come
ha sostenuto di recente pure René Guitton nel suo saggio Le Prince de Dieu.
Sur les traces d’Abraham (Paris, Le Livre de Poche/biblio essais 4419,
2008). Occorre precisare che quest’opera si concentra soprattutto
nell’antico territorio dei sumeri («La scena del nostro lavoro
investigativo sarà il Vicino Oriente Antico: il territorio della Fertile
Mezzaluna. Noi, però, in questa indagine, focalizzeremo la nostra
attenzione in maniera quasi esclusiva sulla Mesopotamia […]. Ci muoveremo,
quindi, sul territorio e nel tempo che fu dei Babilonesi, degli Assiri, ma
soprattutto dei Sumeri». Sì, la Mesopotamia, la civiltà sumerica sono
indubbiamente i “protagonisti” di questo lavoro, non solo perché la loro
importanza («culla della civiltà, come viene ormai unanimemente
riconosciuta dagli storici di tutto il mondo»), ma pure perché, aggiunge
Russo, «pare […] sia stata anche spettatrice d’importantissimi eventi
prediluviani, cioè, ancor prima della comparsa della civiltà sumera».
Il titolo,
Schiavi degli Dei, davvero molto intrigante, con la sua carica piena di
simbolismo wagneriano, sembra scelto per ragioni poetiche e, forse,
neppure i pochi iniziati al corrente del tema poi trattato in modo
specifico (l’ingegneria genetica), ne coglierebbero d’embée il senso
reale. Scelta del nostro detective del mistero il quale, solo dopo tante
pagine, ci spiega che dalla lettura e dalle analisi degli antichi testi
sumeri, e non solo, risulta che i primi padroni della terra furono esseri
superiori che crearono individui «dotati di ragione, delle entità
biologiche ubbidienti e sottomesse; da utilizzare a proprio piacimento;
quasi dei “robot biologici”. Usando una sola parola, degli schiavi». E
Russo precisa poi: «troviamo conferma a questa supposizione nella coerenza
con cui i Sumeri consideravano lo scopo della propria vita: servire esseri
superiori che chiamavano dingir».
Concentrandosi
il lavoro sulla Mesopotamia è normale che gli antichi egizi siano soltanto
trattati marginalmente, non mancano però anche qui valide osservazioni di
tipo comparativo. Nessun popolo ha manifestato per l’immortalità un
interesse così appassionato, organizzando tutta la propria vita religiosa,
ma anche sociale e politica, in funzione di questo scopo. L’autore ha
indagato, come dice il sottotitolo, sull’alba del genere umano, fornendo
così ai propri lettori i mezzi per ogni altra riflessione, sia pure
sull’immortalità o l’eternità.