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Nella vita le cose che contano sono le persone che ami,

               i ricordi che lasci e quelli che ti porti dietro

Silvana Stremiz     

 

 

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Prefazione

a cura di

di Gabriel-Aldo Bertozzi

Il tempo e lo spazio dentro e fuor dai limiti restano. Né, in sostanza, la loro unione decretata da Einstein muta la loro esistenza. Per produrre il più banale degli esempi anche nell’evoluzione dell’informatica ci poniamo e forse ci porremo sempre di fronte a questa entità. Il problema ci disorienta e talvolta ci atterrisce. I poeti, gli artisti delle avanguardie del Novecento hanno tentato l’abolizione della categoria spazio-temporale, producendo opere piene di un pathos magico che comunque lasciano la sete. Siamo solo in uno stadio avanzato dell’homo sapiens? Se penetriamo pure nel mondo dell’onirico, nonostante Freud & Company, la risposta è positiva. Così l’uomo, e per ora solo lui, si pone di fronte ai grandi quesiti che il misticismo opprime o esalta. Tra questi, uno di cui può intravederne la risposta, ascosa, difficile, ma teoricamente non impossibile, è quello di conoscere le nostre origini. Per puro desiderio di conoscenza scientifica? Anche, ma non solo: se giungessimo a varcare la frontiera delle nostre origini potremmo indagare meglio pure sui concetti d’immortalità, di eternità.

 

Biagio Russo ha intrapreso in questa consistente opera un’inchiesta emozionante sulle nostre più remote origini. In un’epoca in cui i risultati della scienza diventano sempre più inquietanti, egli ha cercato con scrupolose ricerche di offrirci la chiave di una conoscenza troppo spesso affidata a un esoterismo d’accatto, specie per chi è rimasto ancorato a reminiscenze scolastiche soprattutto occidentali.

L’autore, con la sua scrittura personale, disinvolta, ma mai disgiunta da quei dati scientifici richiesti dall’argomento, ci irretisce, pagina dopo pagina, tenendoci sempre vigili per seguire l’inchiesta che promuove, come se seguissimo un accattivante romanzo poliziesco.

I risultati non mancano e, attraversando macrocosmo e microcosmo, scienza e mito, una luce per alcuni ineffabile esalta il mistero della cosmogonia.

Certo il mistero resta, i dubbi ci seguiranno, ma essi fanno parte del normale agire di ogni intellettuale, di colui cioè che esplora l’analogia delle cose e, in questo caso, quelle dell’universo.

Opera pertanto personale anche nei contenuti, nelle varie tesi che si susseguono, ma – ed è questo che conta – sempre corredate da un’ampia documentazione e nel rispetto degli studiosi che l’hanno preceduto.

 

L’“attacco” di stampo autobiografico, narrativo, ci informa che l’ingegnoso e appassionato estensore fin da giovanissimo («Avevo 14 anni quando il mio amico Fabrizio […]») venne attratto da ogni opera che trattava soggetti avvolti nel mistero. Il fomite fu precisamente il libro Non è terrestre di Peter Kolosimo. Da questo forte interesse, reiterato negli anni, scaturì poi la decisione di scrivere questo trattato da cui si evince, non solo per la mole, che ci troviamo di fronte ad un lavoro di ricerca di alcuni lustri che, ci si perdoni la litote, non è il frutto di un dilettante che ha assemblato et ab hic et ab hoc senza metodo idee altrui.

Segue un’illustrazione del metodo seguito ricca di promesse: «troveremo e daremo le risposte a quelle domande che, di fronte all’inspiegabile, all’incredibile, all’umanamente inarrivabile, il genere umano si pone da millenni».

Ciò nonostante l’uso della premunizione e talvolta dell’interrogazione retorica si fa frequente, persino ossessivo: «E, stiamo attenti: tutto senza alcun condizionamento e liberi da pregiudizi. Presentando la verità con le prove alla mano», «Comprendo che quanto appena scritto possa dispiacere a qualcuno, ma è la storia. E la storia va tenuta a mente. Sempre», ecc. Ha in questo tutta la nostra comprensione e complicità. Mi viene da pensare al poeta/scienziato francese, Charles Cros, inventore del fonografo prima di Edison, e all’origine delle prime realizzazioni fotografiche a colori, di altre straordinarie invenzioni e grande studioso di lingue antiche (ebraico, sanscrito, ecc.). Consapevole che le sue idee erano destinate a scontrarsi con l’incomprensione, terminando il suo studio sui mezzi di comunicazione tra i pianeti, così scriveva: «Sarò felice, se non urto da ogni parte, come mi è successo spesso, contro il non sapere negatore di tutto quello che non è il calco fedele del passato».

Il lettore potrà non trovarsi sempre d’accordo con le tesi di Russo, ma lo scopo principale della sua opera è stato quello di farci riflettere sulle nostre origini e quelle dell’universo conosciuto e non. L’autore non ha ricevuto il suo Corano, come Maometto lo ebbe dall’angelo Gabriele. Valga la citazione in corsivo riportata in chiusura: «Un uomo che ha smesso di farsi domande è un uomo che ha smesso di accrescere la propria conoscenza». I dubbi? Perché no? Anch’essi fanno parte dell’apparato intellettivo. Purché, come scriveva Cros, non siano determinati da un rigetto aprioristico, dunque acritico.

L’autore ha estrapolato dal mito e dalla scienza un’enorme quantità di versioni sulle nostre origini, sulle molteplici rappresentazioni del diluvio universale («il Diluvio Universale, per essere brevi, è presente nella Bibbia, nella mitologia Babilonese, Assira e Sumera, in Asia, in Oceania, in tutto il continente americano e in alcune regioni africane. Sinceramente di versioni del Diluvio ne ho lette tante da perderne il conto […]»). Con Schiavi degli Dei possiamo risalire ai tempi remoti che precedono la Bibbia, compresi quelli che la ispirarono. È, infatti, ormai accolta dai più la tesi che gli ebrei portarono in “patria” quella cultura appresa nel loro periodo di deportazione presso i babilonesi di Nabucodonosor II, come ha sostenuto di recente pure René Guitton nel suo saggio Le Prince de Dieu. Sur les traces d’Abraham (Paris, Le Livre de Poche/biblio essais 4419, 2008). Occorre precisare che quest’opera si concentra soprattutto nell’antico territorio dei sumeri («La scena del nostro lavoro investigativo sarà il Vicino Oriente Antico: il territorio della Fertile Mezzaluna. Noi, però, in questa indagine, focalizzeremo la nostra attenzione in maniera quasi esclusiva sulla Mesopotamia […]. Ci muoveremo, quindi, sul territorio e nel tempo che fu dei Babilonesi, degli Assiri, ma soprattutto dei Sumeri». Sì, la Mesopotamia, la civiltà sumerica sono indubbiamente i “protagonisti” di questo lavoro, non solo perché la loro importanza («culla della civiltà, come viene ormai unanimemente riconosciuta dagli storici di tutto il mondo»), ma pure perché, aggiunge Russo, «pare […] sia stata anche spettatrice d’importantissimi eventi prediluviani, cioè, ancor prima della comparsa della civiltà sumera».

Il titolo, Schiavi degli Dei, davvero molto intrigante, con la sua carica piena di simbolismo wagneriano, sembra scelto per ragioni poetiche e, forse, neppure i pochi iniziati al corrente del tema poi trattato in modo specifico (l’ingegneria genetica), ne coglierebbero d’embée il senso reale. Scelta del nostro detective del mistero il quale, solo dopo tante pagine, ci spiega che dalla lettura e dalle analisi degli antichi testi sumeri, e non solo, risulta che i primi padroni della terra furono esseri superiori che crearono individui «dotati di ragione, delle entità biologiche ubbidienti e sottomesse; da utilizzare a proprio piacimento; quasi dei “robot biologici”. Usando una sola parola, degli schiavi». E Russo precisa poi: «troviamo conferma a questa supposizione nella coerenza con cui i Sumeri consideravano lo scopo della propria vita: servire esseri superiori che chiamavano dingir».

Concentrandosi il lavoro sulla Mesopotamia è normale che gli antichi egizi siano soltanto trattati marginalmente, non mancano però anche qui valide osservazioni di tipo comparativo. Nessun popolo ha manifestato per l’immortalità un interesse così appassionato, organizzando tutta la propria vita religiosa, ma anche sociale e politica, in funzione di questo scopo. L’autore ha indagato, come dice il sottotitolo, sull’alba del genere umano, fornendo così ai propri lettori i mezzi per ogni altra riflessione, sia pure sull’immortalità o l’eternità.

 

 

 

 

 

Il suo sito:

Schiavi degli Dei

Il Suo Libro

Prefazione

 

 

© by Silvana Stremiz 

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Ultimo aggiornamento: 17-11-09